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Great Resignation, ondata di dimissioni a livello globale

16 Novembre 2021
Great Resignation, ondata di dimissioni a livello globale

Sta attirando l’attenzione di moltissimi addetti ai lavori, e non solo nel campo economico, il fenomeno della “Great Resignation”, termine che descrive la tendenza in atto a rassegnare le dimissioni dal proprio posto di lavoro. Perché great? I numeri che arrivano da oltre l’Oceano parlano chiaro e fanno comprendere l’entità della questione: dal solo mese di aprile 2021 ad oggi, più di 19 milioni di lavoratori statunitensi hanno lasciato il loro posto di lavoro, con un ritmo medio nell’ultimo periodo di circa 4 milioni al mese.

I numeri della Great Resignation

Sono le fasce di età più giovani sono quelle che stanno più di ogni altra trainando quello che negli USA appare come un cambiamento dalle proporzioni ragguardevoli. Si stima che solo in settembre quasi un quarto dei lavoratori di età compresa tra 20 e 34 anni non fosse considerato parte della forza lavoro. Circa 14 milioni di americani, quindi, secondo il Bureau of Labor Statistics, non lavoravano né cercavano lavoro.

E se la scelta di abbandonare il tradizionale posto di lavoro e non ripresentarsi al timbro del cartellino è già una realtà per un numero considerevole di lavoratori, è comunque nei pensieri futuri di ben il 40% della forza lavoro a livello mondiale, stando ai dati di una recente ricerca McKinsey. Nessun settore sembra essere troppo al sicuro: sono le aziende nel settore del tempo libero e dell’ospitalità quelle più a rischio di perdere dipendenti, ma anche molti operatori sanitari e impiegati affermano di prendere in considerazione di dare le dimissioni nei prossimi 3/6 mesi. Tra gli educatori – i dipendenti meno propensi a dire di voler lasciare il proprio posto di lavoro – quasi un terzo ha riferito di avere almeno una qualche probabilità di farlo.

Altro elemento da tenere in grande considerazione nella valutazione del fenomeno è quello legato all’avere o meno un’alternativa pronta: i dati della ricerca evidenziano come ben il 36% del pannello degli intervistati abbia lasciato il lavoro precedente senza avere alcuna certezza sulla seguente occupazione. Una sorta di salto nel vuoto.

Cosa spinge a dare le dimissioni?

Andare a ricercare le motivazioni di una tale mobilitazione può essere un’impresa difficile, anche se un primo forte indizio viene da una tendenza che si sta consolidando nell’ultimo periodo. Le persone che lavorano danno una sempre maggiore attenzione al bilanciamento tra la loro vita e il lavoro (work-life balance), mettendo il proprio benessere sullo stesso piano dell’aspetto retributivo, se non talvolta prediligendolo. Sono insomma disposte anche a guadagnare meno a patto di poter disporre di più qualità nella vita personale.

Nello stesso tempo, non può essere sottovalutato quell’aspetto che viene comunemente definito burnout: ovvero una somma di fatica, delusione e logoramento che porta a far calare l’interesse verso la propria attività lavorativa. Altrettanto certi, infine, sono i legami con la situazione pandemica in atto ormai da oltre un anno e mezzo. La ridefinizione delle priorità, così come l’aver individuato nuove possibili forme di svolgimento del lavoro, hanno fatto sì che molti lavoratori si trovassero di fronte all’esigenza di dover nello stesso tempo rivalutare e ricalibrare bisogni e obiettivi.

La Great Resignation in Italia

Il fenomeno inizia a notarsi anche in Europa e nel nostro paese. I dati delle Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro sulle dimissioni segnalano un aumento importante tra aprile e giugno del 2021, con picchi mai raggiunti negli ultimi anni. Una tendenza “nuova”, non ancora visibile nei primi mesi del 2021, che andrà certamente monitorata per capirne quale sarà la portata, e che per adesso ha coinvolto qualcosa come poco meno di 500mila lavoratori in Italia. In un mercato del lavoro, peraltro, che presenta differenze strutturali importanti rispetto, ad esempio, a quello statunitense per ciò che riguarda i passaggi da un lavoro a un altro (job to job).

E proprio rispetto a queste differenze, Maurizio Del Conte, professore di Diritto del lavoro alla Bocconi, ha voluto sottolineare in una recente intervista all’HuffPost Italia i riflessi positivi che potrebbero scaturire da una tale tendenza sul nostro mercato del lavoro, facendo notare come possa finire per “aumentare il tasso di coerenza tra il percorso di studi e la nuova destinazione lavorativa”, e sottolineando come “sarebbe un movimento dal basso verso una migliore allocazione delle competenze nel mercato del lavoro”.

Sul fronte aziendale, senza dubbio alcuno, imparare a comprendere il fenomeno e le sue cause saranno elementi fondamentali nello strutturare le strategie da mettere in atto per guadagnare in termini di competitività e non vedersi abbandonare dai migliori talenti.

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