Engagement: imprenditore, vuoi davvero avere lavoratori infelici?
“Ti senti motivato e coinvolto nello svolgimento del tuo lavoro”?
Una domanda solo apparentemente semplice, che cela dietro di sé tutto un mondo che parte dal salario, passa per le condizioni di lavoro, il riconoscimento dell’impegno, le possibilità di trovare un equilibrio con la propria vita privata e le connessioni con i colleghi e i manager, per andare a toccare le reali prospettive di crescita all’interno di un’azienda.
Colpisce – ma non più tanto visto che si tratta di un’ulteriore conferma del dato già riportato lo scorso anno – come di fronte a questa domanda risponda affermativamente soltanto il 5% dei lavoratori italiani parte del campione intervistato nell’edizione 2023 dello State of the Global Workplace redatto da Gallup. Un dato che fa dei lavoratori italiani il fanalino di coda europeo (e mondiale, insieme al Giappone) in termini di engagement, di soddisfazione e motivazione, con tutte le ripercussioni a livello di produttività e di benessere lavorativo che ciò implica.
Possibili cause della mancanza di engagement
Che in questa mancanza di coinvolgimento faccia la sua parte il fatto che proprio l’Italia sia l’unico paese europeo in cui i salari sono diminuiti rispetto al 1990 (-2,90% dati OCSE) è certamente un dato di fatto, così come giocano un ruolo determinante le forme contrattuali spesso indirizzate più a ridurre il costo del lavoro che non a valorizzare il lavoratore, almeno per ciò che riguarda le fasce più giovani. Se a tutto questo aggiungiamo i tanti altri fattori che riguardano le singole situazioni, ecco che gli ingredienti di questo insuccesso si fanno più chiari.
Fatto sta che a fronte di un dato mondiale che vede impegno e motivazione crescere nella forza lavoro fino alla percentuale record del 23% complessivo, la situazione italiana si fa notare soltanto in negativo, per di più accompagnata da una disillusione generalizzata nella possibilità di andare alla ricerca di nuove opportunità. Solo il 20% dei lavoratori, infatti, crede che questo possa essere un buon momento per trovare una nuova occupazione (anche qui registriamo il peggior dato a livello europeo), mentre sono il 70% in Danimarca e tra il 40 e il 60% negli altri paesi che usualmente prendiamo come riferimento.

L’importanza fondamentale di cultura aziendale e benessere lavorativo
C’è dunque parecchio da fare, per di più in una situazione che a livello globale denuncia problematiche comuni, dovute all’atteggiamento diffuso del Quiet Quitting e allo stress accumulato dai lavoratori, anche a causa di elementi esterni come la pandemia. Sono sostanzialmente questi i due nodi da sciogliere per il bene delle aziende, che da un lato vanno a pagare l’atteggiamento rinunciatario e poco collaborativo di quanti non trovano un senso nella loro occupazione (stiamo parlando a livello globale di quasi 6 dipendenti su 10), e dall’altro devono fare i conti con la pressione mentale ed emotiva. La media dei dipendenti che denunciano una situazione di stress a livello mondiale è il 44% (in Italia si definisce stressato il 46% dei lavoratori).
Un aspetto interessante è quello relativo al rapporto tra impegno, motivazione e luoghi di svolgimento del lavoro. Al di là delle convinzioni personali sull’opportunità o meno di svolgere il lavoro da remoto o in presenza, appare chiaro come il coinvolgimento abbia un’influenza molto maggiore sullo stress dei dipendenti rispetto al luogo di svolgimento del lavoro. Il modo in cui le persone percepiscono il lavoro ha dunque molto più a che fare con il rapporto con il proprio team e con il proprio manager piuttosto che con la presenza fisica in ufficio o il lavoro da remoto.
Sembrano infine avere le idee abbastanza chiare i lavoratori, che interrogati sulle priorità di intervento nelle proprie aziende indicano rispettivamente cultura aziendale, salario + benefit e benessere nei luoghi del lavoro. Riconoscere di avere un problema è solitamente il primo passo per iniziare a lavorare per risolverlo, magari facendosi aiutare da un professionista capace.
Caro imprenditore, vuoi davvero avere in azienda lavoratori infelici e insoddisfatti?
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