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Quiet Quitting, un campanello d’allarme per il cattivo leader

06 Settembre 2022
Quiet Quitting, un campanello d’allarme per il cattivo leader

L’espressione Quiet Quitting ha iniziato a circolare in modo virale durante questa estate, prendendo le mosse proprio dal social network che in questi giorni è al centro della campagna elettorale del nostro paese, a causa delle “curiose” performance di alcuni politici improvvisatisi “tiktokers” alla ricerca (anche) del consenso giovanile.

Cos’è il Quite Quitting

Se per qualcuno questa espressione – che letteralmente significa “abbandono silenzioso” ma che nella pratica lavorativa serve a definire l’attività di quelli che si limitano a svolgere il minimo indispensabile, rifiutando di assumersi carichi di lavoro straordinari e conservando la propria creatività esclusivamente per la sfera personale – è servita semplicemente a dare un nome a un atteggiamento sul luogo di lavoro già sperimentato e vissuto, per chi si occupa di risorse umane e riconosce nella people strategy e nell’atteggiamento consapevole dei leader le armi in più dell’azienda per affrontare le sfide del mercato, si tratta di un fenomeno da approfondire, da considerare come un vero e proprio campanello di allarme di qualcosa che non sta funzionando nella cultura aziendale.

Per essere chiari, non ci si sta riferendo ad atteggiamenti di fantozziana memoria che richiamano tavoli da ping pong improvvisati per sfide tra impiegati o epocali battaglie navali negli open space, quanto piuttosto alla mentalità del collaboratore di non considerare il lavoro come la componente principale della propria vita, al fatto di limitarsi allo svolgere lo stretto indispensabile per non essere licenziato e di rifiutarsi di compiere azioni collegate alla sfera lavorativa al di fuori degli orari contrattualizzati.

A ben guardare, tutto ruota intorno a quel famoso equilibrio tra sfera privata e sfera lavorativa che sempre di più ha acquisito importanza, in special modo dall’inizio della pandemia ad oggi, quando molte delle priorità sono state ridiscusse a livello individuale. Per coloro che stanno sposando il “quite quitting” non c’è infatti prospettiva nell’investire qualcosa oltre il minimo sindacale delle proprie energie nella sfera lavorativa, non c’è interesse a porsi obiettivi di carriera da raggiungere con qualche sforzo in più o a farsi notare dai leader aziendali per il loro atteggiamento propositivo sul lavoro. Il lavoro non è la vita, sostengono, per cui non vale tanto la pena dannarsi l’anima. Una posizione che si pone in aperto conflitto con quella “hustle culture”, spesso tossica, che colloca il lavoro al centro di tutto. 

Quiet Quitting e Leadership

A nostro parere, ancora una volta emerge dunque l’importanza fondamentale di una leadership capace di trasferire ai singoli collaboratori i valori della cultura aziendale, motivandoli e coinvolgendoli, ma insieme venendo incontro alle differenti esigenze e specificità. Una leadership, insomma, che tenga nel giusto conto la work-life balance, consapevole di quanto tutto ciò abbia poi ripercussioni dal punto di vista produttivo e da quello della serenità del clima aziendale.

A conferma di tutto ciò, un’analisi della società Zenger Folkman su 13mila questionari relativi a oltre 2800 manager, pubblicata sulla rivista Harvard Business Review, evidenzia come la percentuale di quite quitters diminuisca al crescere della riconosciuta capacità del leader di bilanciare gli aspetti relazionali con l’aspettativa dei risultati di business. Più insomma il manager si dimostra capace di guardare alle singole necessità, più i collaboratori si sentono invogliati a dare quel qualcosa in più, a non farsi cadere la penna dalla mano nel momento esatto in cui scadono le otto ore lavorative. E il titolo scelto per presentare lo studio sulla rivista HBR lo dice a chiare lettere: “Il Quite Quitting riguarda i cattivi capi, non i cattivi dipendenti”.  

Emerge dunque ancora una volta l’importanza di stabilire con i collaboratori un sano rapporto di fiducia, basato su relazioni positive e su una comunicazione efficace e diretta, sull’onestà e coerenza del leader da un lato e insieme sull’investimento nelle competenze, da tenere aggiornate in maniera continuativa nell’ottica di un progressivo miglioramento e di una prospettiva di carriera. Seppure venga facile puntare il dito verso i dipendenti che si dimostrano pigri e svogliati, appare invece il caso di fare un po’ di autocritica e analizzare per bene se la dirigenza aziendale stia davvero facendo di tutto per far sì che i collaboratori investano la loro energia, creatività, il loro tempo ed entusiasmo nel progetto.
Oppure si rimane a fare la parte dei vecchi su TikTok…

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