3 aspetti da considerare per il professionista HR
Inutile giraci intorno: la pandemia ha dato uno scossone a tutti gli equilibri ai quali il mondo del lavoro si era da tempo abituato, velocizzando a dismisura una parte dei processi di cambiamento e rendendo evidenti alcune contraddizioni tenute a bada fino a qualche tempo fa. Inevitabilmente ci si ricorderà di questo periodo come di un “prima del 2020” e un dopo… A due anni di distanza, il buon professionista HR non può fare a meno di rimanere aggiornato su tutte le tendenze in atto, visto che esse influenzano e in parte condizionano la ricerca dell’optimum nell’organizzazione del come, del dove e del quando lavorare al giorno d’oggi.
Come scrive Marcela Uribe, General Manager ADP Southern Europe, sul blog dell’Associazione Italiana Direzione del Personale in vista del prossimo congresso nazionale, le parole chiave per l’HR nell’era del post Covid non potranno che essere: “Flessibilità, Competenze, Equità e Fiducia”. Le nuove richieste da parte dei dipendenti sono infatti innanzitutto orientate verso un mutato equilibrio tra vita privata e lavoro, che prevede anche il ricorso ove possibile al lavoro da remoto quando non sia strettamente necessaria la presenza fisica in sede.
Allo stesso modo, il personale si aspetta di instaurare un nuovo rapporto con la dirigenza, nel quale il controllo sia sostituito dalla fiducia, insieme alla programmazione di obiettivi da raggiungere, con parità di trattamento e assenza di discriminazioni all’interno del team di lavoro. In aggiunta a tutto questo, il professionista HR deve saper riconoscere per tempo e intervenire per tutto ciò che può riguardare le carenze e la formazione nel campo delle competenze cosiddette “soft” (che hanno dimostrato di avere un ruolo tutt’altro che marginale), in modo particolare quando non si stia lavorando fianco a fianco.
Dalla recente pubblicazione della survey annuale della multinazionale americana leader nell’human capital management ADP, “People at Work 2022: A Global Workforce View”, traiamo 3 aspetti da considerare per chi si occupi di Gestione delle Risorse Umane:
I lavoratori sono pronti a cambiare lavoro come forse mai successo prima
Più della metà dei dipendenti intervistati (54%) nel corso di quest’anno ha fatto un pensiero a cambiare posto di lavoro, a conferma di come una busta paga stabile non sia più l’unico miraggio al quale tendere. Costringere i dipendenti ad accettare un ritorno al passato, ad esempio forzando la mano sul ritorno in ufficio a tutti i costi, scontenterebbe ben i due terzi del pannello degli intervistati, con pessimi risultati per ciò che riguarda il trattenere in azienda i talenti migliori in circolazione. E nonostante le difficoltà evidenti del nostro mercato del lavoro, ben “il 45% degli italiani cercherebbe un nuovo lavoro se costretto a ritornare in ufficio full-time”. Conoscere più in profondità le esigenze della propria forza lavoro può dunque risultare determinante.
Fondamentale ascoltare le richieste nel campo della sicurezza, della flessibilità e dell’etica del lavoro
La pandemia ha fatto emergere nuove priorità, mettendo la salute, il benessere personale e l’equilibrio tra vita e lavoro al centro del dibattito come forse mai successo prima. Il desiderio di flessibilità e di condizioni di lavoro sostenibili sono ai massimi di sempre. La percentuale di dipendenti che segnalano situazioni di stress è salita considerevolmente rispetto al periodo pre-pandemico, con il 53% dei lavoratori che riconoscono come ciò abbia un impatto palesemente negativo sul prodotto del proprio lavoro. Da notare poi come 3 lavoratori su 4 siano pronti a considerare un cambio di lavoro davanti alla scoperta di palesi discriminazioni e iniquità, a conferma di come iniziare o continuare a lavorare per un’azienda dipenda oggi da molti più fattori rispetto al passato. Non prendere coscienza di tutto questo rappresenta un rischio enorme.
Il salario è importante, ma lo è diventato altrettanto il bilanciamento tra vita e lavoro
Il salario rimane come ovvio il fattore predominante nel rapporto di lavoro, ma circa la metà dei lavoratori accetterebbe una decurtazione dello stesso qualora questo venisse ripagato con un aumento della flessibilità e un maggiore equilibrio tra vita privata e lavoro. Salta subito agli occhi l’emergente richiesta di poter gestire gli orari di lavoro in maniera maggiormente personalizzata: “il 35% degli italiani accetterebbe una riduzione della retribuzione se ciò significasse migliorare il proprio equilibrio tra lavoro e vita privata, anche senza nessuna modifica delle ore lavorative, ma con la possibilità di decidere come e dove distribuire le ore lavorative durante la giornata”.
Si fa strada, inoltre, il concetto della settimana lavorativa da quattro giorni, con il 56% degli intervistati che sarebbe d’accordo nel passare a questo sistema, arrivando anche a lavorare 10 ore al giorno, pur di godere di un giorno libero in più a settimana. Se insomma di qui in avanti si pensa di poter risolvere ogni problema con il polso fermo, o proponendo un semplice aumento di stipendio, ecco che si sta sottovalutando una parte importante del discorso: soddisfazione e motivazione vanno incentivate anche in altre maniere.
