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Great Resignation e i cambiamenti nel mondo del lavoro

30 Giugno 2022
Great Resignation e i cambiamenti nel mondo del lavoro

Il fenomeno della Great Resignation, o per dirla all’italiana delle Grandi Dimissioni, è ormai da circa un anno al centro del dibattito internazionale, dopo i record registrati al di là dell’Oceano e le conferme arrivate anche per il nostro paese. Gli ultimi dati disponibili per l’Italia, relativi al primo trimestre del 2022, raccontano di un fenomeno ancora in crescita, con il tasso di dimissioni che si attesta al 2,9%, registrando un calo rispetto al 3,1% dell’ultimo trimestre dello scorso anno ma confermando uno scarto considerevole rispetto al primo trimestre degli anni precedenti.

Quello che appare dunque certo è che la tendenza ad abbandonare l’attuale posto di lavoro esista e stia interessando un maggior numero di lavoratori rispetto agli anni passati, per quanto non sia sempre facile analizzarne con equilibrio le cause scatenanti, da bilanciare tra quelle afferenti alla sfera personale e quelle più strutturali, legate alle mutazioni e alle nuove possibilità offerte dal mercato del lavoro.

Da più parti si grida alla “Rivoluzione”, con il fenomeno che viene interpretato prevalentemente sotto il profilo sociologico, come espressione di un malessere ormai insopportabile dei lavoratori verso una certa cultura aziendale e della voglia di non vivere più la “normalità” dell’ufficio dopo la pandemia. Eppure, seguire il percorso dei dimissionari e contestualizzare ciò che sta accadendo, senza tentare paragoni azzardati tra il nostro mercato del lavoro e quello americano, mette in luce aspetti che vanno tenuti in conto per un’analisi lucida della situazione.

Ecco perché ci sembra utile aggiungere alla discussione:

  • la velocità con la quale determinate figure trovano la loro ricollocazione dopo le dimissioni;
  • il fatto che il numero di dimissioni fosse in salita già prima della fase pandemica;
  • la difficoltà nel mettere in paragone un mercato del lavoro che offre opportunità, come quello americano, con uno ben più ingessato, quale è il nostro;      
  • la disparità geografica del fenomeno, che interessa le regioni del Nord Italia in maniera differente rispetto a quelle del Sud.

Il ruolo centrale del benessere del lavoratore

Per ciò che riguarda l’aspetto legato alla sfera personale dei lavoratori che si dimettono, Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, alla presentazione dei dati del convegno “Riconquistare le persone ai tempi delle Grandi Dimissioni: alla ricerca dell’equilibrio perduto” ha sottolineato benissimo come “Le dimissioni in Italia sono lo specchio di due fenomeni correlati: il crescente malessere dei lavoratori, spesso non adeguatamente identificato dalle organizzazioni, e la volontà di dare un nuovo significato al lavoro, per cui molte persone oggi cambiano anche a condizioni economiche inferiori, per seguire passioni e interessi personali o conseguire maggiore flessibilità”.

Snocciolando i dati dell’Osservatorio, si scopre infatti come il 45% degli occupati dichiari di aver cambiato lavoro nell’ultimo anno o di avere intenzione di farlo da qui a 18 mesi, e che tra le persone che hanno cambiato lavoro, 4 su 10 lo hanno fatto senza un’altra offerta di lavoro al momento delle dimissioni. Interessanti anche le cifre relative alle motivazioni: chi cambia lavoro lo fa principalmente per cercare benefici economici (46%), opportunità di carriera (35%), per una maggiore salute fisica o mentale (24%), per inseguire le proprie passioni personali (18%) o una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro (18%).

Da non sottovalutare, infine, il dato che vuole solo il 17% delle persone che si sente incluso e valorizzato all’interno dell’organizzazione, a testimonianza di come l’aspetto motivazionale abbia certamente una parte consistente nell’analisi del fenomeno e nella sua comprensione da parte di analisti e, nel nostro caso, professionisti HR. Le persone, dunque, appaiono certamente meno disposte ad accettare condizioni non gradite e più propense al cambiamento rispetto al passato, quando si anelava al (fantomatico per alcune generazioni) posto fisso.

Altri elementi utili ad analizzare le Grandi Dimissioni

Ma cosa succede dopo le dimissioni? In che tempi si ricollocano i lavoratori? E in quali settori? Tutte questioni importanti per inquadrare al meglio il fenomeno.

Per rispondere a queste domande vengono utili le analisi di Francesco Armillei su lavoce.info, dove si evidenza come la percentuale di lavoratori che trova una nuova occupazione nel giro di una settimana dopo le dimissioni si mantenga stabilmente sopra la media degli anni passati per tutto il corso del 2021, con una salita dal 35% del 2017 al picco del 40% attuale. Analizzando l’età dei lavoratori coinvolti, i lavoratori tra i 40 e i 49 anni sono quelli con il tasso di rioccupazione a un mese più elevato.

E nonostante un aumento della percentuale di lavoratori che trova un lavoro in un settore o in una professione diversa dalla precedente, Armillei afferma come “nonostante il trend sia chiaro e rilevante, l’ordine di grandezza dell’aumento non sembra tale da poter parlare di great reshuffle”, ovvero di un grande rimescolamento delle carte. Le dimissioni esistono e sono consistenti, i lavoratori però in buona percentuale trovano abbastanza velocemente nuove opportunità, spesso nello stesso settore di provenienza. Segnali che fanno pensare a un maggiore livello di dinamismo del mercato del lavoro italiano, al quale non eravamo certo abituati.

Altro elemento che viene messo in luce dalle analisi di Armillei, e che va a confermare alcuni studi già compiuti sui dati americani, è come il trend non sia iniziato improvvisamente negli ultimi due anni con la pandemia, ma fosse già in crescita precedentemente. Una crescita che ha innegabilmente subito un notevole incremento nel corso del 2021, ma era già iniziata negli anni scorsi.

E proprio a proposito di dati americani, la situazione italiana non è facilmente comparabile a quella del mercato statunitense. “Non siamo mica gli americani” scrive Francesco Bruno su Il Sole 24 Ore citando un Vasco Rossi d’annata e evidenziando come sia più facile trovare un altro impiego e, quindi, dimettersi per perseguire opportunità più allettanti al di là dell’Oceano, dove la disoccupazione è molto più bassa e il mercato del lavoro più maturo e ricco di possibilità.

Sul piatto della bilancia, per un’analisi equilibrata del quadro a livello nazionale, vanno infine messe anche le marcate differenze a livello geografico, che evidenziano una netta distanza tra regioni del Nord e regioni del Sud Italia. Sempre su lavoce.info a tale proposito si evidenzia come possano notarsi “più intensi processi di selezione (delle imprese) e riallocazione (dei lavoratori) nelle regioni del Nord”, con il Sud che invece segnala una mobilità complessiva molto più bassa. Per fare un esempio: se in Piemonte tra il 2019 e il 2021 la percentuale di dimissioni da rapporti di lavoro a tempo indeterminato segna un +11%, nello stesso periodo in Campania e Calabria fa segnare un -6%.

In conclusione, per analizzare adeguatamente il fenomeno bisogna tenerne presente tutta la complessità. Un fatto acclarato è che l’attenzione alla sfera personale e le mutate esigenze dei lavoratori richiedano alle aziende sforzi adeguati per ciò che riguarda la garanzia di flessibilità e la visione a lungo termine, pena il fatto di veder allontanare i migliori elementi dai loro team di lavoro. Forse non siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione, ma di certo stiamo assistendo, anche in Italia, a un cambio di mentalità, sostenuto da qualche segnale di dinamismo del mercato del lavoro, in particolare nelle zone con economia più rigogliosa e livelli più bassi di disoccupazione.

FONTI:

https://www.lavoce.info/archives/94702/dove-sono-andati-a-finire-i-lavoratori-che-si-sono-dimessi/

https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2022/05/10/the-great-resignation-non-siamo-mica-gli-americani/

https://www.lavoce.info/archives/90672/cosa-ci-dice-laumento-delle-dimissioni-dal-lavoro/

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