Parità di genere: in Italia c’è molta strada da fare…
Entro il prossimo 30 settembre 2022 le aziende pubbliche e private che occupano più di 50 dipendenti saranno tenute a redigere – e lo faranno poi con cadenza biennale – un rapporto sulla situazione del personale maschile e femminile, come da previsione del Codice delle Pari opportunità, modificato poi dalla L. 5 novembre 2021, n. 162. Si tratterà di una prima fotografia della situazione attuale rispetto alla questione delle pari opportunità e della non discriminazione all’interno dei luoghi di lavoro, che potrà essere facoltativamente scattata anche nelle imprese con meno di 50 dipendenti, su base volontaria.
E sarà interessante valutare di volta in volta i dati raccolti, perché certamente il nostro paese non brilla per ciò che riguarda la ricerca dell’equilibrio tra le opportunità di genere. Se infatti si prendono in considerazione i dati raccolti dall’ultimo Global Gender Gap Report 2022 del World Economic Forum, che misura il raggiungimento degli obiettivi di parità maschile e femminile a livello economico, di istruzione, nel campo della salute e della partecipazione all’attività politica, ne esce un quadro a tinte fosche.
Sui 146 paesi presi in considerazione, l’Italia occupa complessivamente il 63esimo posto, con una distanza ben marcata da paesi come Spagna (17esima), Francia (15esima) o Germania (al decimo posto). Per quanto in lievissimo miglioramento rispetto al passato, la situazione del nostro paese risulterebbe comparabile con quella di Uganda e Zambia, che ci precedono in classifica, e di Tanzania e Kazakistan, che ci seguono.
Colpisce, a livello italiano, il dato relativo alla partecipazione economica (che comprende tasso di partecipazione alla forza lavoro, parità salariale, reddito da lavoro stimato, presenza femminile tra legislatori, alti funzionari e dirigenti, o professionisti ad alta specializzazione). Rispetto a questo parametro l’Italia figura al posto numero 110, praticamente sul fondo sia della classifica mondiale che di quella regionale europea, in questo caso insieme a Macedonia del Nord e Bosnia Erzegovina.

Il rapporto del WEF sottolinea amaramente come di questo passo ci vorranno altri 132 anni (!) per ridurre il divario di genere nel mondo, e anche se il dato è in leggero miglioramento rispetto al 2021, risente comunque dei due anni della pandemia. Prima del 2020, infatti, la stima per il raggiungimento della parità era di 100 anni.
Numeri che fanno riflettere su quanto ci sia da fare, proprio mentre tanti indicatori invece evidenziano gli effetti positivi della ricerca della parità e dell’inclusione, in particolare per ciò che riguarda la vita aziendale. I dati di Bureau Veritas Italia, uno degli enti abilitati a rilasciare la “Certificazione della Parità di Genere” prevista nel PNRR, parlano, per le aziende più avanzate nel raggiungimento di questi obiettivi, di “profitti superiori alla media (+25-35%), un più alto tasso di innovazione (+20%) e una migliore capacità di gestire i processi decisionali, che si traduce in un +30% della capacità di individuare e ridurre i rischi aziendali”.
L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, al suo punto numero 5, chiarisce in modo efficace e inequivocabile come: “Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, promuoverà economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera”. Non rimane che passare dalle parole ai fatti, e creare le condizioni perché anche in Italia si possano compiere passi avanti importanti verso il raggiungimento della parità di genere.
Che per adesso è poco più di un miraggio…
