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Recruiting: dal Curriculum Vitae al Cybervetting

08 Agosto 2023
Recruiting: dal Curriculum Vitae al Cybervetting

C’era una volta (e c’è ancora) il Curriculum Vitae, cartaceo anello di congiunzione tra le aspirazioni lavorative del candidato e le esigenze organizzative del datore di lavoro. Talvolta si trattava dell’unica arma, unita – quando e dove avesse colpito nel segno – al colloquio conoscitivo, mediante la quale trovare la persona giusta per ricoprire il ruolo scoperto, o proporsi per aprire una futura carriera lavorativa. Da un lato della barricata si trattava di condensare e far risaltare nel miglior modo possibile le proprie competenze e i titoli, ove destare la giusta prima impressione, dall’altro si rimetteva al talento dei selezionatori la capacità di andare oltre i freddi fogli e individuare prospetti interessanti.

Parlando di curriculum e della storia di questo strumento, è rimasta celebre quella che viene considerata come la prima esperienza certificata di Personal Branding della storia. Siamo nel 1482, quando l’allora trentenne Leonardo da Vinci inviava una lettera a Ludovico il Moro, reggente del Ducato di Milano, nella quale elencava le sue competenze in ambito ingegneristico, di architetto ed armiere, oltre che artistiche, per convincerlo della bontà della scelta di servirsi di lui per le esigenze della città. Nella lettera emerge come Leonardo sapesse perfettamente mettere in luce come le sue arti potessero risultare ideali per il duca, addirittura offrendosi come volontario per un periodo di prova.

Già a quel tempo Leonardo aveva dunque perfettamente capito come la comprensione dei bisogni dell’interlocutore e una certa dose di narrazione fossero vere e proprie armi in più da giocare per mettersi in luce rispetto agli altri candidati.

Oggi come oggi, gli strumenti a disposizione di recruiter e lavoratori si sono moltiplicati a dismisura con l’avvento della tecnologia e la diffusione dei social network, tanto che il curriculum è diventato uno dei molteplici elementi da tenere in conto durante un processo di selezione.

Recruiting dal Curriculum Vitae al Cybervetting

Tutti, o quasi, possediamo infatti uno o più profili social, alcuni blog e siti personali, che ormai contribuiscono in maniera determinante a dare un’immagine di sé all’esterno. Recenti dati indicano che gli utenti italiani del social LinkedIn siano oltre 18 milioni su una popolazione attiva di circa 38 milioni, e più in generale siano oltre 35 milioni le persone che usano Facebook, 28 milioni Instagram, 20 milioni Pinterest e 5 milioni Twitter.

Inevitabile, dunque, che anche i selezionatori utilizzino questi strumenti per cercare di farsi un’idea più chiara della persona che hanno di fronte. Tre recruiter su quattro ormai integrano con ricerche su internet e sui social le informazioni che provengono dal curriculum, per avere indicazioni circa la compatibilità con la cultura aziendale e su personalità e interessi, nonché capacità relazionali, del candidato. 

Una pratica che può essere definita come Social Recruiting o Cybervetting, e che può essere utilizzata sia per effettuare una comparazione con le informazioni fornite dal candidato durante il processo di selezione, sia per fornire spunti utili a strutturare le eventuali domande durante il colloquio. Qualcosa che in ogni caso invita alla riflessione sia per ciò che riguarda le modalità di utilizzo dei profili social da parte dei candidati, sia per il necessario rispetto della privacy da parte delle aziende selezionatrici, insieme ad un uso coerente e consapevole delle informazioni raccolte.

Confezionare una valida immagine di sé significa avere una buona consapevolezza nell’utilizzo dei propri profili social, in particolare di quelli – come LinkedIn – orientati più verso la vita professionale che quella privata. Essere coscienti di quanto pubbliche siano tutte le manifestazioni dei propri pensieri in questi ambiti (dai post alle condivisioni, fino al più rapido dei commenti) significa restituire anche ad un eventuale selezionatore in cerca di informazioni un’immagine coerente con quella, ben più ragionata, che possa emergere dal curriculum vitae.

Dal canto loro i selezionatori hanno ormai l’obbligo di conoscere le differenze tra le varie piattaforme social, ove non cadere in errori di valutazione che potrebbero pregiudicare la bontà della scelta, e di usare nella maniera più corretta le informazioni raccolte attraverso la rete. A tale proposito non mancano le aziende che stanno stabilendo politiche improntate a chiarezza e trasparenza anche in questo ambito, per evitare possibili danni alla loro stessa immagine.

Perché sia esso aziendale o personale, è ormai chiara a tutti l’importanza della cura del proprio “brand”.

Crediti immagini:
Immagine di DilokaStudio su Freepik
Immagine di Freepik

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